C’è un paese in Africa che divide i viaggiatori in due categorie: chi non ne ha mai sentito parlare e chi – dopo averlo visitato – non riesce a smettere di raccontarlo. L’Eritrea è entrambe le cose: misteriosa per chi la ignora, indimenticabile per chi ci mette piede. Ma c’è un’ombra che accompagna ogni conversazione su questa terra: il paragone con la Corea del Nord. Da dove nasce? È davvero così isolata? E cosa significa tutto questo per chi vuole visitarla?
Contenuti
- Il presidente che non va via: Isaias Afwerki
- Ultima al mondo per libertà di stampa: il dato che fa riflettere
- Il servizio nazionale infinito: la leva che non finisce mai
- L’economia: povera, chiusa e controllata dallo Stato
- Si può viaggiare senza guida? La risposta è: dipende
- Connettersi con il mondo esterno: l’avventura vera
- La contraddizione che rende l’Eritrea unica
Il presidente che non va via: Isaias Afwerki
Per capire l’Eritrea di oggi bisogna partire da un nome: Isaias Afwerki. Ex comandante guerrigliero, eroe della guerra di liberazione, presidente dal 1993 – e ancora lì, trent’anni dopo. Nessuna elezione, nessun cambio di potere, nessuna opposizione tollerata. Il partito unico, il Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia (PFDJ), è l’unico legalmente riconosciuto. La Costituzione del 1997, scritta e approvata, non è mai stata applicata.
Il 18 settembre 2001 segna il momento in cui il regime ha mostrato il suo volto più duro: all’alba, le forze di sicurezza hanno fatto irruzione nelle abitazioni di undici alti funzionari – ex ministri, veterani della rivoluzione, compagni di lotta di Afwerki – che avevano osato firmare una lettera aperta chiedendo riforme democratiche. Arrestati, detenuti in isolamento in luoghi segreti, senza accuse né processo. Alcuni di loro sono morti in cella. Nello stesso periodo, tutti i giornali indipendenti sono stati chiusi e i loro direttori arrestati. Da allora, il silenzio.
Ultima al mondo per libertà di stampa: il dato che fa riflettere
Reporters Sans Frontières pubblica ogni anno l’indice mondiale della libertà di stampa. L’Eritrea occupa sistematicamente l’ultimo posto – o quasi – tra 180 paesi. Nel 2024 è stata classificata come il peggior paese al mondo per la libertà di stampa, spesso superando in negativo persino la Corea del Nord.
L’Eritrea è l’unico paese africano senza media privati. Esiste solo EriTV, la televisione di Stato e una rete radiofonica sotto controllo governativo. L’unica voce indipendente è Radio Erena, un’emittente gestita da giornalisti eritrei in esilio a Parigi. Dal 2001, almeno 11 giornalisti sono detenuti senza accuse né processo – un triste primato mondiale per la più lunga detenzione di giornalisti.
Curiosità: ancora oggi, chiunque venga sospettato di essere un giornalista o di esprimere opinioni critiche verso il governo rischia di vedersi rifiutare il visto d’ingresso già all’ambasciata.
Il servizio nazionale infinito: la leva che non finisce mai
Il nodo sociale più esplosivo è il cosiddetto servizio nazionale. Teoricamente obbligatorio per 18 mesi a partire dai 18 anni – sia per uomini che per donne – nella pratica si prolunga a tempo indeterminato. La Commissione d’Inchiesta delle Nazioni Unite ha intervistato persone che prestavano servizio da 17 anni consecutive prima di decidere di fuggire dal paese. Le condizioni durante il training militare includono, secondo i racconti raccolti dall’ONU, privazioni di acqua, cibo e cure mediche, oltre a umiliazioni e violenze.
Il risultato? Una fuga silenziosa e costante: circa 5.000 eritrei ogni mese lasciano il paese per chiedere asilo altrove. L’Eritrea è tra le prime nazioni al mondo per numero di rifugiati in proporzione alla popolazione. Chi viene rimpatriato dopo essere fuggito rischia la prigione o un arruolamento forzato. E per scoraggiare le fughe, lo Stato ha una norma kafkiana: ai cittadini sotto i 50 anni viene raramente concessa l’autorizzazione a lasciare legalmente il paese.
L’economia: povera, chiusa e controllata dallo Stato
Sul piano economico, l’Eritrea è uno dei paesi più poveri del continente africano. L’agricoltura di sussistenza è la principale attività della maggior parte della popolazione, mentre l’economia formale è quasi interamente gestita dallo Stato. Gli investimenti stranieri sono scoraggiati dall’isolamento internazionale: il Consiglio di Sicurezza dell’ONU aveva imposto sanzioni all’Eritrea nel 2009 (revocate nel 2018 dopo la storica pace con l’Etiopia) per i presunti legami con milizie somale. I bancomat? Praticamente inesistenti. Il viaggiatore deve portare tutto il contante necessario, in euro o dollari, e cambiarlo in loco.
Si può viaggiare senza guida? La risposta è: dipende
Eccola, la domanda pratica che ogni viaggiatore curioso si pone. La risposta breve è: ad Asmara sì, fuori dalla capitale no – almeno non liberamente.
Ad Asmara è possibile girare autonomamente con il solo visto turistico. La città è sicura, la gente è ospitale e i bar storici in stile italiano sul Corso Roma (oggi Harnet Avenue) sono aperti a tutti. È una delle poche capitali africane dove ci si sente a proprio agio a camminare da soli anche di sera.
Fuori da Asmara, però, le regole cambiano. Per spostarsi in qualsiasi altra città o regione – Massaua, Cheren, le isole Dahlak, la Valle dei Sicomori – è obbligatorio ottenere un permesso di viaggio scritto (Travel Permit) rilasciato dal Ministero del Turismo di Asmara, in Harnet Avenue. Il permesso specifica esattamente le strade, le città e le date autorizzate: niente di più. Il Ministero degli Esteri italiano raccomanda di portare almeno 4 copie del permesso da consegnare ai posti di blocco lungo le strade, agli hotel e alle autorità locali all’ingresso e all’uscita di ogni città, ma a noi non è mai stato richiesto!
Alcune zone – in particolare quelle vicino al confine etiope – sono direttamente vietate ai turisti senza guida a causa dell’instabilità e della presenza di mine inesplose, eredità dei conflitti passati.
Per le isole Dahlak è obbligatorio rivolgersi a un’agenzia: sull’arcipelago non c’è acqua potabile né strutture ricettive e le barche devono essere attrezzate con radio di comunicazione, mezzi di salvataggio e carburante di riserva.
La raccomandazione pratica di chi ha già visitato l’Eritrea – inclusa la guida – è di affidarsi a un’agenzia locale che gestisca permessi, trasporti e logistica. Non è solo comodità: è il modo più efficace (e sicuro) per muoversi in un paese dove la burocrazia può bloccarti per 24 ore in attesa di un foglio firmato.
I bus di linea esistono e collegano le principali città – Asmara, Massaua, Cheren, Decamare, Mendefera. Sono il mezzo più economico e, per certi versi, il più autentico: condividere un autobus con eritrei che tornano al villaggio è un’esperienza umana difficile da replicare in un minivan privato. È consigliabile prenotare in anticipo per assicurarsi un posto ed evitare attese lunghe alle stazioni.
Fuori dai percorsi principali, però, il trasporto pubblico si fa scarso o del tutto assente. In alcune zone il mezzo più pratico resta il fuoristrada a noleggio con autista, indispensabile anche per le condizioni delle strade – spesso non asfaltate e impraticabili durante la stagione delle piogge. Il Ministero degli Esteri consiglia espressamente di viaggiare solo di giorno e di non abbandonare mai le piste tracciate.
Una nota pratica importante: non esistono bancomat né possibilità di prelievo con carte estere. Tutto si paga in contanti, in nakfa eritreo cambiato sul posto.
Connettersi con il mondo esterno: l’avventura vera
Qui si tocca il cuore del paragone con la Corea del Nord. In Eritrea, la connessione a internet è qualcosa tra il raro e il leggendario.
Non è possibile acquistare una SIM card locale come turista ordinario (solo i visitatori di lunga durata possono farne richiesta). La rete mobile Eritel copre i principali centri urbani – Asmara, Massawa, Cheren, Decamare – ma il roaming internazionale con operatori stranieri non funziona. Gli internet point esistono, ma le connessioni sono talmente lente da rendere difficile anche caricare una pagina di testo. Alcuni hotel di fascia medio-alta ad Asmara offrono il Wi-Fi, ma la velocità è descritta unanimemente dai viaggiatori come “terribile”.
Il motivo non è solo infrastrutturale. L’accesso a internet è deliberatamente limitato dal regime: i contenuti online sono soggetti a supervisione e la libertà di navigazione è una delle tante libertà sospese. Non a caso Freedom House classifica l’Eritrea come uno dei paesi con la minore libertà di internet al mondo.
Questo significa che durante un viaggio in Eritrea potreste trovarvi completamente tagliati fuori: niente WhatsApp, niente Instagram, niente Google Maps. Per chi è abituato a navigare la vita attraverso i social, è uno shock – ma anche, paradossalmente, una delle esperienze più liberatorie che un viaggiatore contemporaneo possa fare!
La contraddizione che rende l’Eritrea unica
Tutto quello che avete letto fin qui è vero e documentato. Ed è importante saperlo prima di partire – non per scoraggiarsi, ma per viaggiare con consapevolezza.
Eppure il popolo eritreo, forgiato da decenni di resistenza, continua a sorprendere chiunque lo incontri. Le strade sono sicure. I mercati sono vivaci. La gente accoglie lo straniero con una dignità e un calore che raramente si trovano altrove. Il regime è opprimente, ma la vita scorre – e in quella vita c’è bellezza autentica, storia palpabile, umanità genuina.
Visitare l’Eritrea non è un atto di approvazione politica: è un atto di curiosità, di rispetto e di incontro. Come sempre, quando si sceglie di andare dove il mondo non guarda.



