Massaua è una perla del Mar Rosso nascosta dal turismo di massa: storia, natura e emozioni si mescolano assieme rendendola la città più misteriosa dell’Eritrea.

Massaua, la città senza tempo

Massaua, la città senza tempo

3 Stagioni in 3 Ore

C’è un momento, scendendo da Asmara verso la costa, in cui senti che qualcosa sta cambiando. Non è solo la temperatura che sale impietosa, né il paesaggio che si fa più brullo e lunare man mano che l’altopiano lascia spazio alla pianura desertica. È l’aria stessa che diventa densa, carica di sale e di storia, come se il Mar Rosso cominciasse a reclamarti da lontano. Massaua appare nella luce bianca del mattino come un miraggio. Una città di isole, di ponti, di muri che ricordano ogni dominatore che vi ha posato il piede.

Il paragone con il film Mediterraneo di Gabriele Salvatores è immediato. A quei soldati italiani dimenticati su un’isola greca, che piano piano scelgono di restare, perché in quel posto sospeso nel tempo trovano qualcosa che il mondo moderno ha perduto. Massaua è così. Ti cattura nel suo ritmo lento, nella sua bellezza sbrecciata, nel calore soffocante e gentile dei suoi abitanti.

La strada da Asmara è già, di per sé, un’esperienza che vale il biglietto aereo. La statale P-1 è una strada di montagna con numerosi tornanti, lunga circa 110 km, percorribile in circa tre ore. Ma in quelle ore attraversi tre climi distinti: si parte da Asmara con un giubbotto, se ne tolgono gli strati a Nefasit e Ghinda e si arriva in maglietta a Massaua. I babbuini lungo la discesa ti osservano dai bordi della strada con un’aria di superiorità assoluta.

Babbuini, Asmara-Massaua

Babbuini, Asmara-Massaua

Una città costruita da tutti, non posseduta da nessuno

Massaua è un porto storico sulla costa eritrea del Mar Rosso, che affonda le sue radici nel periodo del Regno di Axum, quando non era che un piccolo villaggio di pescatori. Oggi conta circa 50.000 abitanti, distribuiti tra due isole collegate da un ponte e una porzione di terraferma.

L’Impero Axumita fu un antico regno che dominò gran parte del Corno d’Africa dal I secolo a.C. al VII secolo d.C. In quel periodo Massaua era già un centro commerciale attivo, usato per esportare merci verso il Mediterraneo e l’Asia. Poi arrivarono gli arabi, poi gli ottomani. Nel 1557 la città cadde definitivamente in mano turca: gli ottomani ne fecero un porto strategico per controllare le rotte del Mar Rosso, lasciando però l’amministrazione quotidiana a una potente famiglia della costa, i Balau di Hirghigo. Un potere che durò tre secoli.

Nel XIX secolo fu la volta degli egiziani, poi degli inglesi, poi degli italiani. Massaua divenne la prima capitale della colonia italiana d’Africa Orientale, finché l’amministrazione fu spostata ad Asmara nel 1897 – il clima insopportabile aveva convinto il governo coloniale a traslocare sull’altopiano più fresco. Rimase però un porto vitale, e i segni di quella presenza sono ancora ovunque: nelle facciate degli edifici, nei nomi delle strade, in qualche vecchio che ti saluta ancora in italiano.

Vecchia Banca di Italia, Massaua

Vecchia Banca di Italia, Massaua

E poi, la guerra. Durante il lungo conflitto per l’indipendenza dall’Etiopia, Massaua subì gravissimi danni. I bombardamenti etiopici lasciarono interi quartieri in rovina. Quelle facciate crivellate non sono state restaurate. Sono rimaste lì, come testimonianza muta, come un monito che nessun sindaco ha voluto – o potuto – cancellare.

I Quartieri di Massaua

Massaua si divide tra i quartieri continentali – Gurgusum Beach, Hitumlo, Amaterre e Salinas – e i quartieri insulari di Taulud e della Città Vecchia (Batsi), oltre alla penisola di Abdelkadir. Ognuno ha un carattere proprio. La Città Vecchia è il labirinto ottomano e arabo dove si concentra la storia. Taulud è il centro amministrativo, con gli hotel principali, il palazzo del governatore, le palme e il celebre monumento ai carri armati distrutti durante la guerra. Gurgusum Beach, 14 km a nord, è la spiaggia principale, con il GB Hotel direttamente sul mare. Amaterre e Salinas sono la terraferma vera: la stazione degli autobus, le saline, la vita quotidiana lontana da qualsiasi logica turistica.

Fabbrica del Sale, Massaua

Fabbrica del Sale, Massaua

Basti, Massaua: bellezza e malinconia tra le rovine

Camminare per la città vecchia di Massaua – sull’isola di Batsi, collegata all’isola di Taulud da un ponte sopraelevato – è un’esperienza difficile da descrivere. Un labirinto di vicoli stretti, case di blocchi di corallo, verande ad arco dove i livelli ottomano, arabo e italiano della storia sono leggibili direttamente nelle pareti. Asmara è un caso di studio nell’Art Déco italiano; Massaua è stata plasmata dagli stili architettonici islamici. Le due città, distanti appena 110 km, sembrano vivere in epoche diverse.

Molti edifici non sono stati riparati dalla fine della guerra, oltre venticinque anni fa. La povertà è più marcata che nella capitale, l’attività economica più silenziosa. Eppure Massaua non ti fa tristezza. Ti fa qualcosa di più sottile e duraturo. La sera, quando il caldo si stempera nella brezza marina e la gente esce per le strade, la città si anima di una vita tranquilla e dignitosa. Il porto, il mercato del pesce all’alba, i bambini che giocano tra le colonne di un palazzo diroccato: tutto questo ha una bellezza che nessun restauro potrebbe migliorare.

Vale la pena cercare la Moschea dei Compagni, nell’isola di Batsi: secondo la tradizione islamica, fu costruita dai compagni del profeta Maometto giunti qui per sfuggire alle persecuzioni della Mecca, ed è ritenuta una delle prime moschee costruite in Africa. Una reliquia dell’inizio dell’Islam, in un vicolo di una città che il mondo ha quasi dimenticato.

Moschea dei Compagni, Massaua

Moschea dei Compagni, Massaua

L’Ilyushin IL-76: un gigante sovietico in mezzo alla città

Ci sono incontri che non ti aspetti. E poi ce n’è uno, a Massaua, che ti toglie letteralmente le parole: lo scorcio di una carcassa d’aereo enorme, abbandonata vicino alla stazione degli autobus, tra le bancarelle del mercato e i camioncini carichi di merci. Un Ilyushin IL-76, quadrimotore da trasporto strategico di fabbricazione sovietica, che se ne sta lì da decenni come un dinosauro caduto dal cielo. Bisogna saperlo cercare, perché nessun cartello segnaletico ti guida. Ma quando lo trovi, resti fermo a guardarlo per un tempo che non sai quantificare.

L’Ilyushin IL-76 è uno dei velivoli cargo più importanti della storia dell’aviazione sovietica e poi russa. Progettato dal bureau Ilyushin come aereo da trasporto strategico a quattro turbofan, fu concepito per rimpiazzare il più vecchio Antonov An-12 nelle missioni di trasporto pesante e per operare da piste corte e non preparate. Wikitravel Robusto, capiente, capace di atterrare in condizioni che farebbero impallidire un pilota occidentale. Per decenni fu la spina dorsale della logistica militare sovietica in Africa, Asia e Medio Oriente, e il simbolo più tangibile della presenza dell’URSS nei conflitti per procura della Guerra Fredda.

Ilyushin IL-76, Massaua

Ilyushin IL-76, Massaua

E qui, in Eritrea, quella Guerra Fredda si combatté davvero. Durante la lunga guerra di indipendenza eritrea (1961–1991), il governo etiope — sostenuto prima dagli americani durante l’era Selassié, poi dall’URSS durante il regime del Derg — ricevette forniture militari massicce, inclusi aerei sovietici. Le cronache degli incidenti aerei in Eritrea in quegli anni sono una litania di voli militari finiti male: aerei abbattuti da missili Strela, altri colpiti da mine sulle piste di decollo, altri ancora scomparsi nei deserti interni. Angolatravelandtours L’IL-76 di Massaua è il relitto superstite di quella stagione, un frammento di storia della Guerra Fredda rimasto incastrato tra le case di una città portuale del Mar Rosso.

Ilyushin IL-76 (CCCP), Massaua

Ilyushin IL-76 (CCCP), Massaua

Nessuna targa, nessuna spiegazione, nessun museo attorno. Sta lì come stanno tutte le cose a Massaua: senza chiedere permesso, senza giustificarsi. I bambini ci giocano intorno la sera. Le donne stendono i panni vicino al carrello di atterraggio. Un uomo dorme all’ombra della fusoliera durante le ore più calde del pomeriggio.
È uno dei soggetti fotografici più surreali e potenti che si possano trovare nell’intera Africa orientale. 

I Musei di Massaua: la memoria custodita nelle cose

Massaua non è una città di musei nel senso convenzionale del termine. Non troverete sale climatizzate, audioguide in cinque lingue o gift shop all’uscita. Troverete qualcosa di meglio: spazi autentici dove la storia è ancora viva, dove le cose esposte non sembrano tolte da contesto ma sembrano appena depositate lì dall’ultimo combattente che le usava.

Il museo principale è il Museo del Mar Rosso Settentrionale (Museum of Northern Red Sea Region), inaugurato nel 2000 in occasione del decennale dell’Operazione Fenkil, la battaglia che il 10 febbraio 1990 liberò Massaua dall’occupazione etiopica. Il museo accoglie il visitatore già dal cancello con tre imbarcazioni issate su piedistalli: le stesse barche che durante la guerra di liberazione combatterono contro le grandi navi da guerra della marina etiopica. Mindat Un gesto narrativo straordinario, che dice tutto prima ancora di entrare.

Accanto al museo, nell’isola di Taulud, si trova il Palazzo Imperiale – costruito tra il 1872 e il 1874 per Werner Munzinger, il console svizzero diventato governatore egiziano di Massaua, e usato in seguito dall’imperatore Hailé Selassié come residenza estiva. All’esterno del museo si trovano anche le imbarcazioni usate durante l’assalto anfibio che liberò Massaua nell’Operazione Fenkil dell’8–10 febbraio 1990. Essey Tour Services.

Vale la pena ricordare che ogni anno, a febbraio, Massaua si anima per commemorare quella data. Il 36° anniversario dell’Operazione Fenkil, celebrato nel febbraio 2026, ha visto una grande esposizione con foto del Ministero della Difesa e della Marina eritrea, prodotti del Ministero delle Risorse Marine, spettacoli studenteschi e mostre delle comunità locali. Martin Plaut Se riuscite a essere a Massaua nei giorni intorno al 10 febbraio, vi troverete dentro una festa popolare genuina, non costruita per i turisti.

Operazione Fenkil, Massaua

Operazione Fenkil, Massaua

Le Baraccopoli: la vita vera ai margini della città

C’è una conversazione che i libri di viaggio evitano. Quella sulle periferie. Sui quartieri dove non ci sono monumenti da fotografare né palazzi ottomani da ammirare, ma dove la vita si svolge con una densità e una concretezza che le zone turistiche non hanno.

Massaua ha le sue baraccopoli, i suoi insediamenti informali, i suoi quartieri dove le case sono fatte di lamiera ondulata, legno di recupero e blocchi di corallo impilati senza cemento. Non sono nascosti: basta allontanarsi di qualche centinaio di metri dal centro storico e ci si ritrova in un altro mondo, che però fa parte della stessa città.

Camminare in questi quartieri – sempre con rispetto, mai con la macchina fotografica già in mano – è un’esperienza che ridimensiona molte cose. La gente qui vive in spazi minimi, con risorse minime, in un clima che per cinque mesi all’anno è letteralmente insostenibile. Eppure la vita che vi si svolge ha una dignità e una vitalità che sorprendono sempre chi arriva dall’esterno.

Le donne organizzano la giornata con una precisione logistica che farebbe invidia a un manager europeo: l’acqua da trasportare, il cibo da preparare, i bambini da mandare a scuola, il piccolo commercio informale da gestire. Gli uomini lavorano al porto, sulle barche da pesca, nei cantieri di riparazione delle imbarcazioni. I bambini – e questo è il dettaglio che resta più impresso – giocano ovunque, con tutto e con niente, con quella capacità di invenzione del gioco che i bambini cresciuti nei contesti difficili sembrano avere in misura maggiore degli altri.

Baraccopoli, Massaua

Baraccopoli, Massaua

Non si tratta di miseria da guardare. Si tratta di vita da incontrare. E c’è una differenza fondamentale tra le due cose, che il viaggiatore attento impara a riconoscere abbastanza in fretta. Massaua è una città che non finge. Né nelle sue rovine, né nei suoi palazzi, né nei suoi quartieri più poveri. E questa onestà – questa incapacità o volontà di costruire una facciata per il turista – è forse la cosa più rara e preziosa che si possa trovare in un viaggio.

Il Mar Rosso: un acquario che nessuno ha ancora scoperto

Bisogna parlarne, del Mar Rosso di Massaua. Bisogna parlarne con quella certa imprudenza emotiva che i viaggiatori solitari conoscono bene. Il mare qui non è azzurro nel senso convenzionale del termine: è smeraldo, è turchese, è un colore che cambia a seconda dell’ora e del fondale. Le acque sono calde, trasparenti fino a venti o trenta metri di profondità. E sotto la superficie si nasconde un mondo rimasto quasi intatto.

Delle oltre 1.000 specie di pesci conosciute nel Mar Rosso, circa il 15% non si trova da nessun’altra parte al mondo. Alcune specie di coralli ed echinodermi si trovano esclusivamente qui. Il fatto che l’Eritrea sia rimasta a lungo chiusa al turismo di massa è, paradossalmente, il suo più grande tesoro naturale: le sue acque non sono state devastate dalla pressione antropica che ha distrutto le barriere coralline di molte altre destinazioni tropicali.

Mar Rosso, Massaua

Mar Rosso, Massaua

La spiaggia di Gurgusum è considerata una delle più belle dell’intera area del Mar Rosso. Il mare in questa zona si comporta come un bacino quasi chiuso: non vi sono cicloni né uragani. Nessun rischio squali. Solo acqua, silenzio e corallo.

L’Isola Verde: un’alba a mezz’ora dal porto

Scrutando all’orizzonte dalla città, lo sguardo si fissa su una striscia di terra dalla sabbia bianchissima: è l’isola di Sheik Said, chiamata Isola Verde per la presenza di mangrovie. Dista circa un chilometro e mezzo dalla città ed è ricoperta da una bassa vegetazione costiera. Sull’isola si trovano i resti di una piccola moschea risalente al 1500. Il luogo è straordinario anche per l’avifauna: fenicotteri rosa, pellicani, aironi cenerini che si muovono lentissimi nella luce del mattino.

L’Isola Verde è da sempre il polmone ventilato di Massaua, l’approdo dei locali nelle giornate di caldo intollerabile. Un tempo sull’isola si lavoravano i Trochus, molluschi dalla conchiglia usata per produrre bottoni in madreperla. Rimangono ancora alcune strutture rudimentali, buon riparo dal sole per un picnic, e il tramonto da qui è uno di quei tramonti che non si dimenticano.

Come raggiungerla: il Dahlak Hotel offre servizi di barca per l’Isola Verde, raggiungibile in meno di 20 minuti. In alternativa si noleggia un motoscafo privato dal porto di Taulud dal prezzo fisso di 500 ERN. Portare acqua abbondante, crema solare, cappello, attrezzatura da snorkeling e pranzo al sacco. Sull’isola non ci sono strutture né acqua potabile.

Le Dahlak: il paradiso che non sa di essere famoso

L’arcipelago delle Dahlak comprende oltre 200 isole nelle acque del Mar Rosso al largo di Massaua. Su 209 isole, solo dieci sono abitate, con una popolazione complessiva di circa 2.500 persone che vivono di pesca e pastorizia di cammelli e capre. Gli isolani parlano una propria lingua, il Dahlak, apparentata al Tigré, e furono tra i primi abitanti dell’Africa a convertirsi all’Islam.

Le isole più visitate sono Dissie e Madote, rispettivamente a 22 e 17 miglia a sud di Massaua. Durante lo snorkeling e le immersioni si avvistano delfini, tartarughe marine, pesci leone, razze manta e banchi di pesci coloratissimi. Il centro diving di Massaua è certificato PADI e dispone di una camera di decompressione. Chi afferma che le Dahlak rivaleggino con le Maldive non esagera — semplicemente, qui non c’è ancora nessuno.

Cosa portare alle Dahlak

Crema solare ad alta protezione (difficile trovarla di qualità in Eritrea)
Repellente per insetti (malaria e dengue sono presenti sulla costa)
Zanzariera da letto (in loco si trova con il nome locale Lamse)
Attrezzatura da snorkeling personale
Torcia frontale per il campeggio notturno sulle isole
Abbigliamento leggero ma coprente per le ore serali
Scarpe da scoglio
Abbondante acqua potabile in aggiunta a quella fornita dal tour

Costi indicativi

I tour completi che includono Asmara, Massaua e l’arcipelago delle Dahlak su 6 giorni partono da circa 1.400 € a persona per gruppi di 5–15 persone. Tour più brevi concentrati sulle isole hanno costi inferiori. Operatori affidabili da contattare: Visit Eritrea, Adulis Travel, Essey Tour Services. I prezzi sono soggetti a variazioni: verificare sempre direttamente con gli operatori prima di prenotare.
Note logistiche importanti: per visitare le Dahlak è necessario un permesso turistico speciale, organizzato dall’operatore. Il pernottamento è in tende sulle isole, senza docce né servizi fissi. Dopo le immersioni, attendere almeno 24 ore prima di risalire ad Asmara (2.600 m slm) per evitare il mal d’altitudine da decompressione.

A Tavola: pesce fritto, injera e il caffè più lento del mondo

A Massaua si mangia il pesce. Non il pesce da ristorante, quello prevedibile e un po’ triste. Si mangia il pesce del giorno, quello che i dhow hanno portato all’alba, quello che i pescatori scaricano sul molo tra spruzzi d’acqua salata. Al piccolo ristorante nella città vecchia, il pesce viene grigliato alla maniera yemenita in un forno di argilla e servito con lime, pane azzimo e datteri nel burro e nel miele. È uno dei pasti più memorabili che si possano fare nell’intera Africa orientale.

La cucina eritrea è molto simile a quella etiopica, con un tocco italiano rimasto nell’uso della pasta e in certi condimenti. I piatti principali sono i tsebhi, stufati speziati serviti sull’injera – il grande pane spugnoso di teff su cui viene versato il condimento e che si mangia con le mani, tutti insieme dallo stesso piatto. Il berbere, una miscela di spezie piccanti, è onnipresente. Il ful – fave stufate con pomodoro e cipolla – è la colazione della città, lenta e rassicurante.
La cerimonia del caffè è un rituale sociale obbligatorio. Il caffè viene tostato al momento, macinato, preparato nel jebena – la caffettiera tradizionale di argilla. Si servono tre tazze. Rifiutarne anche solo una è, qui, quasi un’offesa.

Pesce Fritto

Pesce Fritto

Injera

Injera

Come Raggiungere Massaua

Da Asmara a Massaua: gli autobus partono più volte al giorno dalla stazione di Asmara appena sono pieni. Il viaggio dura circa 5 ore lungo la statale P-1. In alternativa si organizza un trasferimento privato con guida tramite tour operator locali al costo di 150,00 € per auto o a/r 250,00 €.
Esiste anche una ferrovia a scartamento ridotto che collega le due città, non aperta al servizio regolare, ma disponibile come tour con treni a vapore storici. Se disponibile (di solito alla Domenica) durante la vostra visita è un’esperienza assolutamente da non perdere.

CONCLUSIONI

C’è qualcosa di strano che succede quando si lascia Massaua. Risalendo verso Asmara, mentre la temperatura scende e le mangrovie cedono il posto alle acazie e poi ai ginepri dell’altopiano, ci si volta indietro più volte del necessario. Non per nostalgia di qualcosa di bello – anche se Massaua è bella, di quella bellezza imperfetta e incurante di sé che è la più rara. Ci si volta perché si ha la sensazione di aver visto qualcosa che non dovrebbe esistere ancora: una città-documento, una stratificazione di civiltà rimaste attaccate alle stesse pietre per secoli.
Come quei soldati di Salvatores che alla fine non volevano più tornare. Non perché il posto fosse perfetto – era anzi scomodo, caldo, pieno di incertezze. Ma perché in quella sospensione dal mondo avevano trovato qualcosa di prezioso: il tempo.

A Massaua il tempo esiste ancora: lento e generoso! Abbiatene cura.