C’è una partenza, ad Abu Simbel, che fa già parte dell’esperienza: si lascia Assuan ancora al buio, prima dell’alba, per attraversare quasi 280 chilometri di deserto lungo la strada che costeggia il Lago Nasser fino al confine con il Sudan. In alternativa, oggi esistono voli interni di appena 10-15 minuti che collegano i due aeroporti, per chi preferisce risparmiare tempo.
Qualunque sia il modo scelto per arrivarci, nulla prepara davvero all’impatto con la facciata dei templi quando appare all’improvviso, incastonata nella roccia dorata sulla sponda occidentale del lago: è uno di quei momenti che restano scolpiti in memoria tanto quanto le statue che si stanno per ammirare.
Abu Simbel, un nome nato per caso
C’è un aneddoto che rende ancora più speciale la visita: il sito era completamente sepolto dalla sabbia del deserto fin quasi al collo dei colossi, e per secoli rimase praticamente dimenticato. Fu riportato all’attenzione dell’Occidente nel 1813 dall’esploratore svizzero Johann Ludwig Burckhardt, che vi fu condotto da un ragazzo del posto – e decise di dare al sito proprio il nome di quel giovane, Abu Simbel. Fu poi l’esploratore italiano Giovanni Battista Belzoni, nel 1817, a riuscire finalmente a liberare l’ingresso del Grande Tempio dalla sabbia e ad accedervi per primo in epoca moderna.
Il Grande Tempio: un inno di pietra a Ramses II
Il Tempio Maggiore, dedicato a Ramses II, fu scavato interamente nella roccia arenaria durante il suo lunghissimo regno, probabilmente in un cantiere durato circa vent’anni. Sorge esattamente dove un tempo si trovava un più antico santuario dedicato al dio Horus, demolito per far posto al nuovo, colossale progetto del faraone — che gli egizi chiamavano “Tempio di Ramesse, amato da Amon”.
La facciata, alta 33 metri e larga 38, è dominata da quattro statue sedute del faraone, ciascuna alta circa 20 metri: indossano lo pschent, la doppia corona dell’Alto e del Basso Egitto, il copricapo nemes e la barba sacra cerimoniale, simboli del potere assoluto del sovrano. Ai loro piedi, in scala decisamente più piccola – un dettaglio che dice molto sulle gerarchie dell’arte egizia – compaiono le statue della madre Tuia, della moglie Nefertari e di alcuni dei numerosi figli del faraone. Una delle quattro statue colossali risulta danneggiata dal busto in su: crollò probabilmente a causa di un terremoto già in epoca antica, e i suoi frammenti giacciono ancora oggi ai piedi del colosso, lasciati volutamente al loro posto durante i restauri.
Sopra l’ingresso, un fregio di babbuini scolpiti con le braccia alzate saluta il sorgere del sole, in una delle rappresentazioni più suggestive della simbologia solare egizia. Attraversata la soglia, ci si addentra in una sequenza di sale sempre più profonde e più buie: un vestibolo ipostilo fiancheggiato da otto statue del faraone nei panni del dio Osiride, una sala delle offerte con rilievi che raccontano Ramses nell’atto di offrire doni agli dèi, fino al sancta sanctorum, la stanza più interna, dove siedono fianco a fianco quattro statue: Ra-Horakhty, Amon-Ra, il faraone stesso divinizzato, e Ptah, dio degli artigiani e signore del mondo sotterraneo.
Il fenomeno del sole: l’ingegneria astronomica degli antichi egizi
È proprio in quel sancta sanctorum, immerso nel buio per 363 giorni l’anno, che si compie il momento più celebre di tutto il sito. Due volte l’anno — il 22 febbraio e il 22 ottobre — i raggi del sole all’alba penetrano lungo tutto l’asse del tempio, per circa 60 metri di profondità, e vanno a illuminare direttamente i volti di Ra-Horakhty, di Amon-Ra e dello stesso Ramses II, lasciando però Ptah, divinità legata agli inferi, avvolto nell’ombra. Un allineamento talmente preciso da sembrare impossibile per un cantiere di oltre tremila anni fa, e che secondo alcuni studiosi segnava simbolicamente la data dell’incoronazione del faraone e quella del suo compleanno.
Il Tempio di Nefertari: un caso più unico che raro
A un centinaio di metri dal Tempio Maggiore, scavato in un promontorio chiamato Ibshek, sorge il tempio minore, dedicato alla dea Hathor e alla regina Nefertari, la sposa preferita di Ramses II. Sulla sua facciata compaiono sei statue colossali alte circa 10 metri: quattro raffigurano il faraone, due — poste allo stesso livello e alla stessa altezza delle statue del re, non più piccole come da tradizione — raffigurano Nefertari stessa. È un dettaglio tutt’altro che casuale: nell’arte reale egizia, mostrare una regina alla pari del sovrano, e non in scala ridotta ai suoi piedi, era un’eccezione quasi senza precedenti, e racconta più di qualunque iscrizione quale fosse il posto di Nefertari nel cuore di Ramses.
Il Trasloco più “faraonico” del Novecento
Ma la storia più straordinaria di Abu Simbel appartiene al XX secolo. Quando negli anni Sessanta il presidente egiziano Nasser avviò la costruzione della Diga di Assuan, il futuro lago artificiale — il Lago Nasser, destinato a raggiungere anche 90 metri di profondità — avrebbe sommerso per sempre entrambi i templi. L’UNESCO lanciò allora una delle più grandi campagne di salvataggio del patrimonio culturale mai realizzate, coinvolgendo oltre 50 paesi, Italia compresa, per un totale di 113 nazioni attivate nella raccolta fondi e nel supporto tecnico.
La soluzione scelta – tra diverse proposte discusse – fu quella di un consorzio a guida svedese: tagliare l’intera parte scolpita della montagna in oltre 1.000 blocchi numerati, spostarli e ricostruire i templi 65 metri più in alto e circa 200 metri più arretrati rispetto alla riva originaria, dentro una collina artificiale costruita apposta per riprodurne l’aspetto. I lavori, condotti tra il 1964 e il 1968, richiesero la costruzione di una vera città per ospitare i migliaia di operai e tecnici coinvolti — tra cui un gruppo di esperti cavatori di marmo italiani, provenienti da Carrara e Mazzano – oltre a una diga provvisoria lunga 370 metri per proteggere il cantiere dalle acque in salita. La sfida più delicata fu ricreare con precisione l’orientamento originale dei templi, per non perdere il fenomeno dell’illuminazione solare: ci si riuscì quasi perfettamente, con uno scarto di appena un giorno rispetto alle date antiche.
Il 22 settembre 1968, una grande cerimonia internazionale annunciò al mondo la rinascita dei due templi nella loro nuova collocazione. Ancora oggi viene ricordata come una delle imprese di ingegneria e conservazione più straordinarie mai realizzate — la dimostrazione che la cooperazione internazionale può letteralmente spostare una montagna, pietra su pietra, pur di salvare un pezzo di storia dell’umanità.
Vivere l’escursione da Assuan
Chi visita Abu Simbel da Assuan lo fa quasi sempre in giornata: la maggior parte dei tour organizzati parte prestissimo al mattino per arrivare in tempo per la luce migliore e prima che il caldo diventi opprimente, dato che il sito si trova in una delle zone più calde e isolate dell’Egitto meridionale, a un passo dal confine con il Sudan. In alternativa, per chi vuole vivere anche l’atmosfera serale, esiste uno spettacolo di suoni e luci sui templi dopo il tramonto, e per i viaggiatori con più tempo a disposizione ci sono anche crociere di lusso sul Lago Nasser che includono una sosta al sito.
Qualunque sia la formula scelta, il momento in cui i colossi di Ramses II emergono dal deserto resta uno di quei ricordi che, chi lo vive, difficilmente dimentica: non solo un monumento, ma la prova vivente che la storia, quando qualcuno decide di salvarla, può davvero attraversare i millenni.
INFO UTILI
– Un auto privata costa 3500EGP per l’intero viaggio di andata e ritorno con attesa, è opportuno lasciare anche una mancia
– L’ingresso al sito costa 822EGP





