Guida non convenzionale ad Asmara, una città congelata nel tempo, sospesa tra il Futurismo italiano e l’altopiano eritreo a 2.347 metri sul livello del mare.
Immaginate una città che qualcuno ha dimenticato di aggiornare. Non metaforicamente – proprio letteralmente. Una città in cui il bar si chiama ancora “Bar Vittoria”, in cui si ordina un cappuccino da un bancone di formica color avorio, dove le insegne art déco si sgretolano graziosamente al sole d’Africa e nessuno sembra avere particolari fretta di sistemarle.
Benvenuti ad Asmara, capitale dell’Eritrea, Patrimonio dell’Umanità UNESCO dal 2017 e probabilmente l’unica città al mondo dove si può acquistare dello stracchino al mercato e poi passare davanti a una stazione di servizio a forma di aeroplano.
Questo non è un documentario su una città esotica e incomprensibile. È la storia di un luogo che gli italiani costruirono come “utopia razionalista”, gli eritrei si ripresero con dignità e il mondo ha scoperto novant’anni dopo urlando: “Aspettate, c’è tutto questo qui?”
Contenuti
- I: Un Sogno Coloniale Sospeso nell’Aria
- II: L’Architettura – Ovvero, Come un Aeroplano Diventa una Pompa di Benzina
- III: Dove Pregare (e Ammirare il Marmo di Carrara)
- IV: Bar, Ristoranti e Gelaterie – Il Caffè Come Forma di Resistenza Culturale
- V: I Mercati – Dove il Riciclo Diventa Arte e l’Arte Diventa Necessità
- VI: Come Arrivare e Muoversi
- VII: Conclusioni
- NOTE PRATICHE
I: Un Sogno Coloniale Sospeso nell’Aria
Tutto comincia nel 1889, quando i soldati italiani, animati da quell’irrefrenabile voglia di avere un impero che aveva contagiato le potenze europee dell’epoca, occupano Asmara. La città sorge su un altopiano a 2.347 metri di quota, con un clima che la fonte eritrea descrive con la parola più bella del vocabolario coloniale: “mite e salubre”. Temperatura media annua di 17°C. Niente umidità, niente zanzare, cielo perennemente terso. In pratica, avevano trovato il posto perfetto per costruire una città – e lo sapevano.
Mussolini sognava di fare di Asmara la capitale del suo impero africano. Chiamarla “Piccola Roma” era dunque ovvio, ma bisogna riconoscergli che —-almeno sul piano architettonico – non stava esagerando. Tra gli anni Venti e Quaranta, architetti visionari scaricarono su questa città africana tutto ciò che in Italia non potevano ancora costruire: Cubismo, Futurismo, Razionalismo, Art Déco, Liberty. Ogni corrente avanguardista trovò la sua espressione ad Asmara, lontana dai vincoli della madrepatria, in una sorta di laboratorio senza freni.
Il risultato? Circa 400 edifici modernisti che si sono conservati per una ragione bizzarra: l’isolamento. Decenni di occupazione etiope (1952–1991), guerra, embargo economico – tutto questo ha impedito che qualcuno arrivasse a “modernizzare” i palazzi con il cappotto di polistirolo e le finestre di PVC. Il degrado ha preservato. L’incuria ha salvato. Come dicono all’UNESCO, Asmara “rappresenta probabilmente il maggiore e più intatto concentrato di architettura modernista al mondo”. Il che è ironicamente magnifico.
II: L’Architettura – Ovvero, Come un Aeroplano Diventa una Pompa di Benzina
Il monumento più fotografato di Asmara non è una chiesa né un palazzo governativo. È una stazione di servizio. Questo la dice lunga.
La Fiat Tagliero, progettata nel 1938 dall’architetto Giuseppe Pettazzi, è un edificio in cemento che ricorda la sagoma di un aeroplano con due ali autoportanti da quindici metri di sbalzo ciascuna. Quando fu inaugurata, gli operai si rifiutarono di rimuovere i ponteggi: le ali avrebbero sicuramente ceduto, sostenevano. La leggenda vuole che Pettazzi si presentò all’inaugurazione con una pistola, minacciando di spararsi se le strutture fossero collassate. I ponteggi furono rimossi. Le ali tennero. Sono ancora lì a sfidare la fisica e il buon senso architettonico, con la stessa tranquillità di sempre.
Poi c’è il Cinema Impero, inaugurato nel 1937 dall’architetto Mario Messina – il nome non lascia spazio a dubbi sul periodo storico. Facciata Art Déco sublime, ancora oggi in funzione, con vecchi poster degli anni ’50 e ’60 incollati alle pareti che riportano i nomi di Fellini e altri maestri italiani. Entrare è come varcare una soglia temporale: ci si siede su poltroncine che scricchiolano con dignità, in una sala decorata con stucchi che raffigurano palme e scene di danza.
Il Cinema Roma merita una menzione speciale: la sua facciata parla da sola, ma è al suo interno che mostra il meglio di se, con locandine del cinema italiano di altri tempi e una sala di tutto rispetto!
Il Bahti Meskerem Stadium – il principale stadio della città, che sorge lì dove un tempo si trovava il cuore pulsante della vita pubblica coloniale – è uno di quegli edifici che ricordano come lo sport, in certi regimi, fosse architettura politica prima ancora che calcio. Oggi ospita le partite della nazionale eritrea e i grandi eventi pubblici, con una capienza che fa sembrare tutto molto più solenne di quanto il risultato sul campo a volte suggerisca. A poca distanza, lo Stadio Cicero porta ancora inciso nel nome il ricordo dell’epoca italiana, quando perfino gli impianti sportivi venivano battezzati con nomi che evocassero Roma e la sua grandezza – un vezzo che, a distanza di quasi un secolo, risulta più tenero che imperiale.
A completare il cuore civico della città c’è Meskerem Square, la grande piazza che funge da palcoscenico per le celebrazioni nazionali e i raduni pubblici. È lo spazio in cui Asmara si mostra a se stessa: vuota di mattina, quando i piccioni la governano con la solita indifferenza e improvvisamente piena nei giorni delle ricorrenze, quando la folla la trasforma in qualcosa che assomiglia a una dichiarazione collettiva di esistenza.
La Farmacia Centrale sembra uno speziale romano rimasto intrappolato fuori dal tempo. La Posta Centrale, con i suoi arredi Art Nouveau, ispira il desiderio quasi irresistibile di inviare un telegramma a casa dimenticando che internet esiste. Passeggiare per Harnet Avenue – il viale principale, che gli anziani asmarini chiamano ancora con il vecchio nome italiano “Viale delle Palme” – è un’esperienza straniante per chi conosce la Garbatella, Sabaudia, o certi angoli di Milano degli anni Trenta.
III: Dove Pregare (e Ammirare il Marmo di Carrara)
Asmara ha la discreta ambizione di ospitare quattro religioni in pace relativa: la cristiana ortodossa eritrea (la più diffusa), la cattolica, la musulmana, e la ebraica. I rispettivi edifici di culto si trovano quasi a portata di voce l’uno dall’altro lungo il viale principale, una convivenza che in certi angoli del mondo sembrerebbe un’utopia.
La Cattedrale Ortodossa di Enda Mariam domina il centro dalla sua collina con un campanile che si vede da mezzo altopiano. Progettata dall’architetto Gallo negli anni Venti in stile modernista ma con chiari richiami all’architettura tradizionale abissina, è il punto di riferimento spirituale e visivo della città.
La Grande Moschea di Kulafah Al Rashidin è, a detta degli esperti, il risultato architettonicamente più riuscito tra i luoghi di culto della città. Progettata da Guido Ferrazza verso il 1937 – demolendo la precedente moschea del 1906, più piccola – è un ibrido formidabile: architettura islamica, razionalismo italiano e neoclassicismo, tutto mescolato con la stessa sicurezza con cui si improvvisa una pasta al sugo. Le colonne doppie sono in travertino di Decamerè, i capitelli in marmo di Carrara, la cupola centrale in cemento e vetro è alta 14 metri. Il minareto si slancia su un basamento che richiama una colonna romana – perché in questa città anche le moschee fanno riferimento a Roma e funziona benissimo.
La Cattedrale Cattolica della Madonna del Rosario su Harnet Avenue, in puro stile romanico-lombardo, è quella che mette più a disagio i turisti italiani: troppo familiare, troppo fuori contesto, come trovare una piadina romagnola in una bancarella di Addis Abeba.
Infine, nascosta in una stradina laterale rispetto al viale principale, c’è la Sinagoga, piccola e silenziosa come un segreto ben custodito. La comunità ebraica di Asmara fu fondata alla fine dell’Ottocento da ebrei provenienti dallo Yemen e da Aden. Una piccola sala quadrata, panche a ferro di cavallo, lampadari di diverse fatture e provenienze e un custode che insiste a mostrare ogni angolo ai visitatori con orgoglio. Una storia che vale la deviazione.
IV: Bar, Ristoranti e Gelaterie – Il Caffè Come Forma di Resistenza Culturale
Se volete capire davvero Asmara, andateci a fare colazione. Non in un hotel per turisti — in uno dei bar del centro, dove gli asmarini si siedono ogni mattina a sorseggiare un caffè in vetro, o un cappuccino, o meglio ancora un caffè macchiato — il pane locale dolce, parente lontano del cornetto italiano. Il rito del caffè espresso è qui una pratica culturale seria, un lascito della colonizzazione che gli eritrei hanno adottato, trasformato e reso proprio senza chiedere il permesso a nessuno.
Il Bar Vittoria è uno dei luoghi dove il tempo si è fermato in modo particolarmente convincente: biliardo all’italiana, bancone lucido, pubblicità di panettoni appese ai muri e una clientela che chiacchiera con la calma di chi sa che non c’è nessun posto più urgente dove essere. Il Bar Portico, l’Impero Bar, il Cinema Roma Bar: tutti nomi che sembrano usciti da un film di Comencini, tutti ancora funzionanti, tutti con un’estetica degli anni Trenta che resiste con ostinazione ammirevole.
Una delle eredità più gradite della colonizzazione – forse la più gradita in assoluto – è il gelato. Asmara ha le sue gelaterie, frequentate con dedizione quotidiana dagli asmarini come se fosse la cosa più naturale del mondo, il che in effetti è. I locali del centro, alcuni con arredi che non sfigurerebbero in una via di Bologna, servono creme e frutta in coppette o coni con una serietà professionale che scalda il cuore. Che la tradizione del gelato artigianale sia sopravvissuta su un altopiano africano a quasi 2.400 metri, a decenni di distanza dai coloni che la portarono, dice qualcosa di definitivo sull’universalità di certe invenzioni umane.
Per i pasti, Asmara offre la doppia identità che si merita: ristoranti italianeggianti dove si serve una pasta saltata con una serietà istituzionale e locali eritrei dove la protagonista è l’injera, il pane spugnoso fermentato che serve da piatto, da posate e da pane contemporaneamente. Gli snack bar locali propongono fuul, silsi, fata: panini farciti di salse gustose che costano una frazione di quello che si spende nei ristoranti per turisti. Al mercato, per chi ha ancora dubbi sulla propria identità culinaria, è possibile comprare dello stracchino e della ricotta da un pizzicagnolo che ve li descriverà in tigrino.
L’Albergo Italia, il più antico della città, è l’indirizzo giusto per chi vuole dormire dentro una cartolina degli anni Trenta. Per chi invece preferisce la modernità relativa degli anni Ottanta, il quartiere di Tiravolo offre alberghi e locali più recenti, raggiungibili percorrendo il viale Sematat.
V: I Mercati – Dove il Riciclo Diventa Arte e l’Arte Diventa Necessità
Se l’architettura di Asmara è il suo volto ufficiale, i mercati sono la sua anima autentica. E il più autentico di tutti, quello che vale da solo il biglietto aereo, è il Medeber – l’ex Caravanserraglio, mercato del XVIII secolo nato per ospitare il movimento carovaniero che raggiunse l’apice durante la colonizzazione italiana.
Oggi il Medeber è qualcosa di inclassificabile: un mercato dell’usato dove tutto viene trasformato e riciclato, un’officina collettiva dove giovani artigiani plasmano oggetti di ogni tipo recuperando vecchi copertoni, lamiere, rottami metallici, scarti industriali. Il rumore è assordante. I colori sono quelli di mille materie prime che cambiano identità sotto le mani di chi lavora. È il posto dove la necessità ha generato ingegno e l’ingegno è diventato, senza volerlo, estetica.
Il Grande Mercato centrale, disegnato da Ferrazza come parte del suo piano urbanistico intorno alla Grande Moschea, è invece il mercato alimentare e commerciale per eccellenza. Spezie, stoffe, prodotti locali, frutta dell’altopiano: qui convergono i nove gruppi etnici che compongono la popolazione eritrea, in una babele controllata di colori, lingue e contrattazioni. Il Museo Nazionale, in Maryam Gmbi Street, raccoglie reperti di sei millenni di storia eritrea ed è, nonostante gli orari un po’ capricciosi (chiuso il mercoledì, aperto dalle 8 alle 11 e dalle 15 alle 17), il miglior complemento culturale al giro dei mercati.
VI: Come Arrivare e Muoversi
La buona notizia per chi ama camminare è che Asmara è una città fatta a misura di pedone. Il centro è compatto, sicuro, e percorribile interamente a piedi senza particolari sforzi. Le distanze tra i principali monumenti, i mercati, le chiese e i bar sono ridicolmente brevi – tutto sembra vicino a tutto, come se gli architetti italiani avessero progettato la città sapendo che il turista del futuro sarebbe arrivato con le scarpe comode. Passeggiare liberamente per i viali alberati, fermarsi davanti alle facciate moderniste, perdersi nei vicoli del mercato: è questa la modalità di esplorazione raccomandata, quella che permette di capire davvero come respira la città.
L’aeroporto si trova a 6 km a sud-ovest del centro, la corsa in taxi da/per la città ha un costo fisso di 300 ERN. Dal 2025 sono attivi voli della Turkish Airlines via Istanbul, oltre ai collegamenti della compagnia eritrea. La linea autobus n. 1 collega l’aeroporto con il centro città percorrendo i viali Harnet e Sematat.
In città circolano autobus rossi di linea e minibus bianchi — questi ultimi senza fermate fisse né segnaletica, da fermare con un cenno della mano esattamente come si farebbe con un taxi. Prima di salire, è prudente chiedere la destinazione: sarà l’aiutante del conducente a declamare la direzione con l’entusiasmo di un banditore di mercato.
La stazione dei bus per le lunghe percorrenze è il punto di partenza per Massaua, Chere e altre città eritree. Regola fondamentale: gli autobus non partono a orari prestabiliti, ma quando sono al completo. Chi vuole essere sicuro di trovare posto deve presentarsi verso le sei del mattino. Non è una battuta, non è un’esagerazione folkloristica: è il sistema. Funziona a modo suo.
La stazione ferroviaria – a 1,5 km a est del centro – merita una visita anche se non si prende alcun treno. Le fonti la descrivono con affetto inesorabile: “un casermone di muri sbrecciati e insegne scolorite”, con la campanella che dovrebbe annunciare i treni “inesorabilmente muta”. È il capolinea della storica ferrovia Massaua-Asmara, un capolavoro ingegneristico italiano inaugurato nel 1911 che supera quasi 2.500 metri di dislivello in 117 chilometri, attraverso 29 gallerie, 45 ponti e viadotti, e 13 stazioni.
La linea fu ripristinata nel 2003 grazie a un atto di resistenza passiva memorabile: un operaio incaricato di distruggere gli archivi della società ferroviaria li aveva conservati in casa per decenni. Il treno oggi circola su un percorso parziale e con frequenza variabile – le locomotive Mallet a vapore, costruite dalla Ansaldo di Genova negli anni Venti, vengono mantenute in funzione da ferrovieri che hanno l’età delle locomotrici stesse, con una competenza artigianale che rasenta il miracolo. Se il treno è disponibile durante il vostro soggiorno, saliteci senza esitare. Se non lo è, consolatevi: il paesaggio tra Asmara e la costa è visibile anche dalla strada e i tornanti che scendono verso il Mar Rosso sono da capogiro in qualsiasi mezzo di trasporto.
Una nota burocratica imprescindibile, da non sottovalutare: chiunque voglia spostarsi fuori dalla capitale ha bisogno di un apposito permesso di viaggio, il cosiddetto Travel Permit. Il documento si richiede presso l’Ufficio del Turismo di Asmara e va ottenuto prima di qualsiasi escursione – che si tratti di raggiungere Massaua sul mare, visitare Cheren o avventurarsi verso le pianure orientali. I tempi di rilascio sono solitamente rapidi, ma il consiglio è di regolarizzare la propria posizione appena arrivati, così da avere piena libertà di movimento per il resto del soggiorno. Spostarsi senza permit espone a controlli e possibili inconvenienti: in Eritrea le regole amministrative si rispettano e farlo con anticipo è semplicemente buona educazione nei confronti di un paese che ha le sue complessità storiche e politiche.
VII: Conclusioni
Asmara è una città che esiste in un tempo parallelo. Non perché sia rimasta indietro — ma perché ha attraversato il Novecento con una continuità che poche città africane (o europee, a dirla tutta) possono vantare. Gli asmarini hanno assorbito il passato coloniale senza retorica revanscista, lo hanno reinventato nella quotidianità, ne hanno fatto la loro identità. Il cappuccino al Bar Vittoria non è un omaggio nostalgico agli italiani: è semplicemente la colazione.
Raggiungere l’Eritrea richiede ancora un certo impegno logistico e burocratico. Ma chi arriva ad Asmara, si siede su uno sgabello davanti a un bancone art déco e ordina un caffè macchiato in vetro guardando gli edifici sulla via principale – capisce che l’impegno era giustificato.
La piccola Roma d’Africa non ha fretta. Non ne ha mai avuta. Ed è esattamente per questo che vale la pena andarci.
NOTE PRATICHE
Visto: obbligatorio, richiedere presso le ambasciate eritree prima della partenza.
Voli: Turkish Airlines via Istanbul; verificare disponibilità Eritrean Airlines.
Aeroporto: 6 km dal centro, autobus linea 1 o taxi a prezzo fisso di 300 ERN.
Clima: temperato tutto l’anno, 17°C di media.
Valuta: Nakfa eritreo; portare contanti in euro perché le carte non sono accettate, conservare sempre la ricevuta del cambio valuta può essere richiesta da alcuni alberghi. I tassi applicati sono uguali sia in aeroporto che in città.
Lingua: tigrino e arabo (ufficiali); l’italiano è compreso da molti anziani.
Dove dormire ad Asmara: vi consigliamo l’Embasoira Hotel, prenotazione solo tramite telefono dall’Italia, dispone di camera spaziose, acqua calda, energia elettrica e la colazione è inclusa.
Travel Permit: obbligatorio per uscire dalla capitale, da richiedere all’Ufficio del Turismo di Asmara appena arrivati, al costo di 105 ERN per Cheren e Massaua (non è incluso il cimitero dei carro armati).












