A 91 chilometri dalla capitale si trova Cheren, una città sospesa tra Africa subsahariana e Mediterraneo coloniale, tra cammelli e portici italiani, tra Islam e Madonne nere nei baobab.
Contenuti
- Cenni storici – Una città contesa per secoli
- La città oggi – Un crogiolo di etnie, fedi e architetture
- Il Santuario di Mariam Dearit – la Madonna del Baobab
- Il Lunedì di Cheren – Il mercato che fermò il tempo
- La strada per Cheren – Un viaggio dentro un viaggio
- Architettura coloniale: la città-giardino dimenticata
- NOTE PRATICHE
Cenni storici – Una città contesa per secoli
Cheren – spesso traslitterata anche come Keren – sorge a 1.390 metri di quota nella media valle del fiume Anseba, al centro di una conca circondata da aspre montagne granitiche. La sua posizione ne ha fatto per secoli uno snodo commerciale e militare di prim’ordine tra le rotte dell’altopiano eritreo e il bassopiano sudanese.
I primi esploratori italiani ad avventurarsi nella regione furono Giuseppe Sapeto e padre Giovanni Stella di Asti, che nel 1851 visitarono il Senhait e ne diedero notizie già dal 1857. Pochi anni più tardi il geografo svizzero Werner Munzinger tornò nella zona con la spedizione scientifica tedesca di Heuglin, avviando lo studio sistematico del territorio e delle sue popolazioni.
Nel 1865 i missionari cappuccini fondarono la prima chiesa cattolica della città – demolita appena sei anni dopo dalle autorità egiziane del Chedivato che in quegli anni controllavano gran parte dell’Eritrea – e nello stesso anno venne tentata la fondazione della colonia agricola italiana di Sciotel, il primo esperimento coloniale agricolo d’Italia in Africa, abbandonato nel 1869 dopo la morte del suo ispiratore, padre Giovanni Stella.
Nel 1889, con l’avanzata delle truppe italiane, Cheren fu incorporata nella colonia eritrea. Divenne rapidamente uno dei centri più importanti dell’hinterland, con uffici coloniali, una banca, scuole e una “Scuola d’Arti e Mestieri Salvago-Raggi”. Nel 1923 fu raggiunta dalla ferrovia Asmara-Biscia – oggi smantellata – che ne amplificò il ruolo commerciale.
Curiosità storica: gli scavi condotti dal capitano Piva nei dintorni di Cheren portarono alla luce i resti di remotissime civiltà, documentati già nel 1913 negli Atti Parlamentari. La regione custodisce tracce di insediamenti umani antichissimi, in parte ancora inesplorati.
La Battaglia di Cheren: 56 giorni che cambiarono la guerra
Il nome di Cheren è legato indissolubilmente a uno degli scontri più sanguinosi e dimenticati della Seconda Guerra Mondiale. Tra il 2 febbraio e il 27 marzo 1941, le truppe italiane – supportate dai fedeli Àscari eritrei – resistettero per 56 giorni all’offensiva dell’esercito indo-britannico, che aveva già travolto Agordat a 170 chilometri di distanza e puntava verso Asmara e il porto di Massaua.
Cheren era un bastione naturale quasi imprendibile: un semicerchio di montagne con un unico varco d’accesso, la gola del fiume Dongolaas, attraverso cui passavano sia la strada sia la ferrovia per la capitale. Gli italiani la trasformarono in una fortezza. Contro i 51.000 soldati del generale Platt, dotati di carri armati e copertura aerea, si batterono circa 30.000 italiani e Àscari, spesso all’arma bianca.
“Cheren è stata una delle più dure battaglie di fanteria mai combattute in questa guerra” – scrissero gli stessi britannici nei resoconti postbellici, aggiungendo che i combattimenti “furono più selvaggi di quelli di Monte Cassino”.
La resistenza italiana cedette solo per esaurimento numerico il 27 marzo 1941. La caduta di Cheren aprì la strada alla conquista di Asmara e poco dopo del porto di Massaua, segnando di fatto la fine dell’Africa Orientale Italiana. Sul campo caddero migliaia di uomini da entrambe le parti. Nel cimitero militare italiano riposano 3.025 soldati italiani e Àscari – molti ignoti – affiancati, a poca distanza, da 440 soldati del Commonwealth nel cimitero britannico.
Curiosità storica: tra i caduti sul lato britannico c’è il Subadar Richpal Ram del VI Fucilieri Rajputana, al quale fu assegnata postuma la Victoria Cross – la più alta onorificenza militare britannica – per il coraggio dimostrato durante i combattimenti. I due cimiteri, curati con meticolosa attenzione, si trovano entrambi a pochi chilometri dal centro e restano tra le mete più toccanti dell’intera Eritrea.
La città oggi – Un crogiolo di etnie, fedi e architetture
Oggi Cheren è la terza città dell’Eritrea per dimensioni e popolazione, con circa 85.000 abitanti. Eppure conserva un’atmosfera raccolta e quasi nostalgica, lontanissima dal chiasso di molte altre città africane. Qui convivono numerose etnie – in prevalenza Bilen e Tigré, che rappresentano oltre l’80% della popolazione – insieme a Tigrini, Afar e Sudanesi. Cristiani ortodossi, cattolici e musulmani condividono gli stessi vicoli senza tensioni apparenti.
L’architettura racconta questa storia plurale con straordinaria franchezza. Attorno al Giro Fiori – la piazza principale dall’impianto coloniale – si dispongono edifici con portici a colonne di impronta mediterranea, negozi costruiti dagli italiani con facciate decorate e bassi portali ad arco, moschee con minareti che svettano tra i tetti, e due cattedrali cattoliche romane. La più antica, quella di San Michele, fu costruita nel 1875 e ricostruita nel 1925 in forma di croce con cupola centrale; la nuova, consacrata negli anni seguenti alla prima pietra del 1965, ha pianta ottagonale, forma tipica delle chiese dell’altopiano eritreo-etiopico.
Basta allontanarsi di poco dal centro per sentire cambiare tutto: l’Africa subsahariana prende il sopravvento. Le case in stile coloniale lasciano spazio agli insediamenti tradizionali, i tucul a pianta circolare costruiti in pietra grezza e fango con coperture di paglia, e la vegetazione diventa quella del Sahel – baobab, acacie, euforbie colonnari. Ci sono più cammelli e asini che automobili. Gli uomini Tigré portano pantaloni larghi e turbanti bianchi, simili ai mercanti sudanesi; le donne Bilen sfoggiano gioielli elaborati e anelli nasali, con tatuaggi all’henné sulla pelle ambrata.
Curiosità: Cheren è considerata la capitale eritrea dell’argento. I suoi argentieri, eredi di una tradizione artigianale secolare, sono reputati i più abili del paese. Nei vicoli del centro si trovano botteghe dove l’argento viene ancora lavorato a filigrana con tecniche tramandate di generazione in generazione.
Il Santuario di Mariam Dearit – la Madonna del Baobab
Poco fuori dal centro, nascosta in fondo a un boschetto verdeggiante, si trova una delle mete più suggestive e insolite dell’intera Eritrea: il Santuario di Mariam Dearit, affidato ai monaci cistercensi che vi risiedono dal 1960. Al termine di un viale alberato si staglia un imponente baobab secolare. Al suo interno, nel tronco cavo che può contenere in piedi quattro o cinque persone, si trova una statua lignea di una Madonna nera, protetta da una grata metallica.
La leggenda più diffusa racconta che durante i bombardamenti britannici del 1941, due soldati italiani si rifugiarono all’interno del baobab. Un proiettile colpì in pieno l’albero, lo perforò e cadde ai piedi dei due soldati senza esplodere. Da quel giorno il baobab divenne luogo sacro. Ancora oggi vi si svolgono pellegrinaggi ecumenici e interreligiosi – la Madonna del Baobab è venerata con uguale devozione da cristiani e musulmani – e si stima che ogni anno circa quarantamila pellegrini raggiungano il santuario.
Curiosità: secondo un’antica usanza locale, le donne Tigré in cerca di marito si recano all’ombra del baobab per preparare il caffè secondo la cerimonia tradizionale (bunna) e offrirlo ai passanti, nella speranza che il loro desiderio si avveri. Un rito animista sopravvissuto in sincretismo con la religione monoteista.
Il Lunedì di Cheren – Il mercato che fermò il tempo
Se c’è una ragione sola per organizzare l’escursione a Cheren di lunedì, è questa: il mercato del bestiame. Chiunque l’abbia visto fatica a trovare parole adeguate. Non è un mercato per turisti, non è una rappresentazione folkloristica: è il battito cardiaco di un’economia ancora fondata sull’allevamento, un appuntamento settimanale che raduna pastori e commercianti da tutto il circondario.
Il mercato si tiene in una vasta altura periferica, lungo la strada per Nakfa, in quello che un tempo era il caravanserraglio. Fin dalle prime ore del mattino cominciano ad arrivare mandrie di bovini, greggi di pecore e capre, file di cammelli e asini condotti a piedi da pastori Tigré con il turbante bianco e il djellaba, da Afar dalle acconciature elaborate, da Bilen con le loro stoffe vivaci. Il rumore è un insieme di belati, grugniti, richiami in lingue diverse, il sordo colpo delle bastonate sul dorso degli animali più riottosi durante le contrattazioni.
Il vero colpo d’occhio è quando sali la collina della zona riservata al mercato del bestiame: mandrie e greggi occupano l’intero spazio in un brulicare di corpi in movimento tra turbanti bianchi, volti scuri e barbuti, le urla delle contrattazioni.
Ma il lunedì a Cheren non è solo bestiame. L’intera città si trasforma in un organismo pulsante. Nel letto asciutto del fiume Anseba si apre il mercato generale: un labirinto coloratissimo di ombrelloni e tendoni sotto cui si trovano frutta, verdura, cereali, spezie, carbone e legna trasportata a dorso di dromedario. Dal mercato coperto degli alimenti – alle spalle del Keren Hotel – si diramano vicoli stretti dove si susseguono le botteghe dei sarti con le vecchie Singer a pedali, i laboratori degli orafi e degli argentieri, il “mercato delle donne” con cosmetici e oggetti per la casa.
Cosa trovi al mercato del lunedì:
Mercato degli animali: bovini, cammelli, capre, pecore e asini. Solo il lunedì, in periferia lungo la strada per Nakfa.
Mercato dei cereali: granaglie, spezie, verdure, carbone e legna portata a dorso di dromedario nel letto del fiume Anseba.
La via dei sarti: macchine Singer a pedali, tessuti colorati, abiti cuciti su misura in pochi minuti.
Gli argentieri: filigrana di altissima qualità artigianale, la specialità di Cheren.
La strada per Cheren – Un viaggio dentro un viaggio
L’escursione da Asmara a Cheren – circa 91 chilometri, due ore di strada – è essa stessa parte dell’esperienza. Si parte dall’altopiano della capitale a quasi 2.400 metri di quota e si scende dolcemente verso la valle dell’Anseba, attraversando un paesaggio che cambia pelle decina di chilometri dopo decina di chilometri.
Foreste di eucalipti lasciano spazio alle euforbie colonnari che si elevano dalle rocce come candelabri verdi. Compaiono le acacie dal profumo intenso e poi, poco a poco, i baobab dalle enormi sagome scultoree. Il paesaggio è quello della transizione tra altopiano e Sahel: arido e bellissimo.
Lungo il percorso, poco prima di Elabered – circa 22 chilometri prima di Cheren – si incontrano i villaggi tradizionali dei Bilen, una delle nove etnie dell’Eritrea di origine cuscitica. Le loro case sono tucul a pianta circolare, costruite in pietra grezza e fango con coperture di paglia: una forma abitativa che risponde alla perfezione al clima e ai materiali locali, identica a quella che si trovava qui secoli prima dell’arrivo dei coloni. Le donne Bilen sono immediatamente riconoscibili per gli anelli nasali e i tatuaggi all’henné.
Ad Elabered si trovava un tempo la concessione agricola De Nadai: ancora oggi è una delle zone più fertili del paese, con coltivazioni di mango e guava che sorprendono in un paesaggio altrimenti desertico. Poco prima di entrare in città, il paesaggio si ammorbidisce in piantagioni di papaia e foreste di eucalipti.
Da non perdere lungo la strada: sulla via Asmara–Cheren si trova un gigantesco baobab secolare che custodisce al suo interno un piccolo altarino votivo, la “Madonnina del Baobab”. Secondo la tradizione locale, un gruppo di persone in fuga da una razzia trovò rifugio e salvezza nel tronco cavo del grande albero dopo aver pregato la Madonna. Da allora il baobab è meta di pellegrinaggio.
Architettura coloniale: la città-giardino dimenticata
Cheren è stata definita dagli studiosi una “città-giardino”, un termine che rende giustizia alla qualità del progetto urbano che gli italiani vi svilupparono tra gli anni Venti e Quaranta. Il centro storico mantiene ancora intatti i portici a colonne che caratterizzano il Giro Fiori, i palazzi a un piano con facciate sobrie e finestre ad arco, la vecchia stazione ferroviaria – inaugurata nel 1923 e oggi abbandonata ma riconoscibile nell’edificio e nella pensilina originali – e diversi edifici pubblici che raccontano la stagione del colonialismo italiano con i suoi contraddittori lasciti. La combinazione di questi elementi con le moschee, i tucul periferici e i profili montagnosi crea un paesaggio urbano di rara densità visiva.
I cimiteri di guerra – quello italiano con i 3.025 caduti e quello britannico con i 440 del Commonwealth – sono tra i luoghi più carichi di significato: filari perfetti di lapidi bianche tra la buganvillea in fiore, un ordine quasi irreale che contrasta con la violenza che quei nomi ricordano.
NOTE PRATICHE
Distanza da Asmara: 91 km in direzione nord-ovest. Circa 2 ore di automobile.
Giorno migliore: lunedì, per il mercato del bestiame e il mercato generale nel letto del fiume.
Periodo migliore: il clima è semi-arido, più fresco da ottobre a febbraio, più caldo marzo-giugno.
Da vedere: mercato bestiame, mercato generale, Santuario Mariam Dearit, cimiteri di guerra e stazione abbandonata. Visitabile con una escursione in giornata da Asmara al prezzo di 150€ per auto.











